ISLAM IN ITALIA Dietro la moschea

17.05.2013 11:42

(articolo 1997)

INCHIESTA - L’ISLAM IN ITALIA

DIETRO LA MOSCHEA

 

Quanti sono i musulmani nel nostro Paese? Come provano a inserirsi nella nostra società? Quali sono i loro maggiori problemi? In che cosa i "nostri" musulmani sono diversi da quelli che oggi vivono negli altri Paesi d’Europa? Ecco come rispondono loro e che cosa ne dicono gli esperti.

Stefano Allievi, sociologo e ricercatore, ha scritto con Felice Dassetto Il ritorno dell’Islam, la prima e unica ricerca sociologica sulla presenza islamica in Italia. E sta preparando un’edizione italiana di Gli Islam d’Europa, in uscita dal Mulino.

 

Che peculiarità ha questa presenza in Italia?

«L’Islam italiano è giovane, non ha ancora una struttura, un profilo istituzionale forte come, in parte, in altri Paesi europei. Islamici in Germania vuol dire turchi, in Gran Bretagna indo-pakistani, in Francia algerini. Da noi significa un terzo di marocchini, ma il resto è molto variegato».

Perciò è più facile oppure più difficile da affrontare?
«Né l’uno né l’altro: è diverso. Tento di spiegarlo con due esempi. Uno riguarda noi. Il ciclo economico in cui sono arrivati gli immigrati è diversissimo da quello di una volta, quando gli islamici andavano, in duemila alla volta, a lavorare alla Volkswagen in Germania o in miniera in Belgio. Quelli che arrivano da noi sono singoli: uno va a lavorare in un bar, uno in una fabbrichetta... Non c’è stato quel tipo di socializzazione che c’è quando si è in tanti, com’è successo negli altri Paesi. In Italia non ci sono veri quartieri-ghetto. Sul lavoro sono dispersi: l’unico posto di socializzazione, a parte i bar, sono le moschee».

E che cosa comporta?
«Una differenza interessantissima nei confronti di altri Paesi europei, perché l’Islam nasce con la prima generazione: appena arrivano e si regolarizzano, fanno le moschee. Potrà sembrare strano, ma altrove sono state fatte quando è arrivata la seconda generazione, i figli, e quindi c’era il problema di trasmettere la fede islamica. L’altra differenza riguarda i Paesi d’origine. Vent’anni fa, quando arrivavano gli immigrati e soprattutto gli studenti, gli intellettuali, quelli che fanno l’élite colta nei Paesi d’origine, si pensava al panarabismo, all’Olp, al marxismo. Adesso nei Paesi d’origine si fa politica in base all’Islam. C’è una socializzazione diversa».

L’Islam da noi si afferma più rapidamente che nel resto d’Europa?
«I dati della ricerca citata sono cambiati, ma non molto. Le moschee sono sempre tre, Roma, Milano e Catania. Il censimento degli islamici in Italia non l’ha fatto nessuno e l’unica ricerca sul terreno è la nostra. Più che di islamici noi parliamo di "provenienti da Paesi musulmani". Questi sono circa 320 mila, se si parla di immigrati regolari (dati del 1996), più una quota non facilmente valutabile di irregolari. Io stimo che non superiamo le 500 mila persone, tra naturalizzati, convertiti e irregolari. In totale arriviamo a una cifra massima di 750 mila persone».

C’è chi dice un milione...
«Perché i musulmani tendono ad alzare il tiro, pensando che questo li legittimi, mentre invece spaventa la pubblica opinione».

Esiste l’intenzione di fare proselitismo in Italia?
«No. Ci sono italiani che diventano musulmani, e sono in numero modesto, sotto i 10 mila. Sui convertiti europei ho fatto una ricerca che uscirà in Francia e poi in Italia, nel 1998. Due le vie di conversione. Quelle per matrimonio (nell’Islam, come si sa, un uomo non può sposare una non musulmana), che non producono grandi effetti concreti su nessuno dei due soggetti. E poi le conversioni frutto di un percorso personale, attraverso il sufismo, o il rapporto con gli immigrati o la lettura del Corano. La maggior enfasi missionaria viene esercitata all’interno, verso i musulmani tiepidi. Insomma, non fanno il "porta a porta". Molto banalmente, penso che abbiano altro a cui pensare».

Qualcuno dice: non c’è un’intesa per i diritti giuridici, amministrativi e culturali perché manca un unico interlocutore.
«Primo: l’Islam non ha Papa e non ha clero. Secondo: pretendiamo di trattare con istituzioni e sono ancora dei movimenti. Persone che sono qui da 5 o 10 anni non possono avere le strutture che, per esempio, hanno le comunità ebraiche, che sono nel nostro Paese da prima del cristianesimo. Tra loro litigano, certo, però ci sono gruppi più significativi e altri meno. Non si devono prendere certe situazioni a pretesto per non fare nulla. In Spagna, unico Paese europeo che ha un accordo con l’Islam dal 1985, l’intesa è stata firmata con due federazioni musulmane».

Come valuta l’atteggiamento dei cattolici rispetto agli Islamici in Italia?
«Ci sono tre livelli. Alla base, preti di zona e organismi di volontariato che si accorgono dell’aspetto religioso, si preoccupano di capirlo e lo fanno bene. Secondo livello: le posizioni che trovano rispondenza anche in una parte dell’episcopato. Qui c’è spesso una paura che porta a interpretare l’Islam in Italia con gli occhi dell’Algeria, del Sudan. Terzo livello, i vertici, come il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che si rispecchia molto più sulla base che sul quadro intermedio, poiché ha sottocchio l’Islam e il mondo cattolico universale. Per diplomazia religiosa, ma soprattutto per una scelta consapevole, ha un atteggiamento molto più aperto ma nel senso buono, irenico, di grande pacatezza».